La parabola dello zaino

Possiedo un famosissimo zainetto Quechua che rappresenta il simbolo della mia individualità e la mia fede nella libertà personale, nonché la mia identità. Cosa ci faccio con questo zainetto? Nulla di particolarmente strano. Lo porto in giro e tra di noi si è creato un legame. Sebbene sia piccolo, io traggo da esso il massimo: stipo tutto in pochi centimetri quadrati con un’eleganza difficilmente riproponibile. Si tratta dell’essenziale. È vero che quando lo apro è abbastanza difficile trattenere tutto ciò che c’è dentro e a volte la gente mi guarda e dice “non potresti prendere uno zainetto più grande? Magari sempre Quechua, non ti preoccupare!”; si può scegliere una madre diversa e sostituirla con una che ti garba di più? Si può scambiare una cistifellea con un’altra? E la milza? I miei occhi diventano luccicanti “ma… ma, lui è la mia identità!”.
Lo so. Un giorno la cerniera smetterà di aprirsi e figurati se avrà intenzione di chiudersi! E il mio zainetto si porterà via tutti i ricordi a esso legati e non ci vedremo mai più e io non mi ricorderò più né di lui né dei ricordi.

Forse non ne siete del tutto coscienti ma possediamo tutti uno zaino pieno di talenti e travi che entrano negli occhi di quelli che ci camminano alle spalle e non vedono la trave ma cercano di aggrapparsi al nostro zaino per rubare i talenti.
Alle medie, c’era il mio maestro di educazione artistica (di cui ero l’assistente) che lo faceva sempre: si attaccava al mio zaino mentre salivo le scale e io ridevo e gli ho sempre voluto così bene perché aveva capito la mia vocazione. Poi un giorno una mia amica mi ha detto che toccava le tette alle ragazzine ma questa è un’altra storia.
Il punto è che anche basta rompere così il cazzo! Compratevi il vostro zainetto e imparate a gestirlo al meglio! Io lo so, io vi capisco, non è facile concentrarsi sul proprio zaino in quanto si trova dietro le spalle, però, vi svelo un segreto, ssssshhhh: si può togliere e quando serve rimettere. Certo, si può anche usare la tecnica del trenino/orgia: trovarsi un amico che ti descrive il tuo zaino che a sua volta si trova un altro amico che gli descrive il suo e via avanti così, però, l’ultimo della fila? Io mi preoccupo sempre per lui, gode solo a metà.

A questo punto possiamo parlare della grandezza degli zaini e dei loro colori, alcuni sgargianti che è impossibile non notarli, altri mimetici o grigio metallizzato o bianco. Alcuni zaini sono grandi. Altri sono piccoli. Alcuni hanno gli zaini grandi e si attaccano ad altri che hanno zaini piccoli e li fanno cadere e poi cadono tutti insieme e alcuni ridono e si trovano a parlare di quelli che sono caduti e dai loro zaini sono uscite cose che non si possono nominare.
Io vorrei solo un corrimano ovunque e magari un ascensore per vecchi, un nastro trasportatore, una mano, anche solo una. Ma va bene così: io e il mio zainetto che guardiamo avanti e che se c’è uno col suo zaino grande gli si chiede educatamente di spostarsi e di farci passare e lui ci scaraventa giù dalla montagna 😊
Ma ciò che conta di più è che oggi ho scoperto che quei fiori orrendi che ci sono nel mio giardino non si chiamano narcisi ma giunchiglie.
(era bello quando c’erano i manicomi che uno diceva “narciso” e tutti “ha detto narciso” evvia con l’elettroshock; poi uno arrivava e diceva si chiamano “narciso giunchiglia”: elettroshock pure a lui. E allora? Allora poi niente più lobotomie e tutti ad accusarsi di follia ogni cinque secondi. Era meglio quando si stava peggio)

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Risurrezione (o resurrezione)

Ho seri problemi con gli anni bisestili, con i carnevali, le pasque… non ho assolutamente idea di quando cadano, semplicemente fingo di saperlo, a volte mi documento, ma, per un motivo inspiegabile, anche se credo di aver capito il meccanismo, ogni volta mi stupiscono sempre e ammiro quelli che sono certi e saldi e che, con cognizione di causa, precedono tutti nella conoscenza. Non lo scrivo per vantarmi, eh, è solo per dare voce agli sfigati come me: stringiamoci forte nella comprensione di qualcosa che somiglia molto all’idiozia. Fatta questa premessa (ah, volevo anche dire che ‘sta cosa dello stupore che mi suscitano ogni volta, devo ammettere, me li fa rimanere bene), cominciamo a parlare, come sempre in modo ineccepibile, di ciò di cui voglio parlare: è bello risorgere? Per capirlo, è necessario andare a capo e sondare la storia abbastanza simile a leggenda.

Allora, ci sta ‘sto tizio che tanti dicono fosse biondo con gli occhi azzurri ma ormai sappiamo tutti che era nero, molti dicono facesse il falegname e invece era un pescatore che moltiplicava il pane e i pesci. C’è poco da dire di lui e decisamente, come si è già intuito fino ad adesso, poco interessante. Era un borioso fottutamente pieno di sé e anche un pochino truffatore: diciamo che si metteva d’accordo con degli amici per fare delle scenette che aumentassero la sua fama e i suoi followers, un furbetto, un antico Berlusconi. Come capita a tutti, gestire la fama è difficile, per cui eccolo in piene crisi megalomani, in giro a rovinare se stesso: “COSA CAZZO FATE? SIETE TUTTI DEGLI STRONZI! PERCHÉ NON IMPARATE DA ME? VOI CONOSCETE SOLO LA LUSSURIA, LA VIOLENZA (E TANTE ALTRE COSE BRUTTE)! VERGOGNATEVI!”. Poi riprendeva a sorridere e a dare baci (un incostante, insomma) e a ringraziare per tutto, una cosa altamente fatidiosa: “grazie amico mio che mi hai colpito la guancia! Ecco colpisci anche quest’altra così che io capisca e impari. Grazie e colpiscimi! Grazie!”. Grazie di qui e grazie di lì e di qua e di là, a un certo punto, più della sua tracotanza fu la sua gentilezza a creare piccole cospirazioni di entità lieve che lo portarono a passeggiare con una croce in mano e la gente che gli sputa addosso e lui “grazie! Avevo caldo e sete! Grazie!”… e tutti sappiamo come va a finire.
Ma, resuscitando cosa capisce? Cosa capisce uno che ha visto la morte e qualche secondo prima di morire ha pensato “quanti errori ho fatto! Potessi tornare indietro cambierei tutto!…”, cioè: ci ricascherà di nuovo? I classici muri di gomma contro cui sbattere la testa? (guardate il film sugli ultimi giorni di Gesù con Alba Caterina Rohrwacher nel ruolo della croce).

Poi ci sarebbe da aggiungere questa nota: “Risorgere. Va bene. E il corpo? Il corpo deperisce comunque? Così, perché a me viene da dire, pensando anche a ‘La morte ti fa bella’, agli articoli ‘guarda com’è messo oggi!’ (che pare di vedere i fenomeni da baraccone in gabbia con il domatore della bruttezza davanti “VENITE! VENITE TUTTI A VEDERE COM’È RIDOTTO ‘STO POVERACCIO!” e, dietro, la proiezione della foto-giovinezza), ne vale la pena? Insomma non è tanto divertente essere presi per il culo da tutti. Forse è meglio crepare a trent’anni, cioè, non so, a me pare un po’ questo il messaggio. Tant’è che pure la nostra star Gesù, dopo la resurrezione, si ritira dalle scene”.

Per terminare con Francesco e i suoi messaggi d’amore e di pace per la ricorrenza in questione: “non bisogna avere paura e se non fate i bravi finite tutti all’inferno 😉 !!!!!”.

Piove sul bagnato

Perché? Perché? Perché?
È ovvio! Altrimenti non sarebbe bagnato.

Cade il toast dalla parte del burro.
Perché? Perché? Perché?
Ovvio! È la forza della gravità che lo esige.

Sono dannatamente triste!
Ma perché? (smetto di scrivere la formula con i tre “perché” perché iniziava a innervosirmi e ho scritto comunque tre “perché”, anzi quattro).
Ovvio! Così domani sarò dannatamente felice e potrò apprezzare la felicità a pieno.
Stronzate! Io ora mi sento morire dentro e col cazzo che ci vuole la tristezza per apprezzare la felicità. Ci vuole la felicità sempre, sempre, cazzo! E non è vero che è giusto che esista la morte per apprezzare la vita! TUTTE STRONZATE! VOGLIO ESSERE SEMPRE FELICE E VIVERE PER SEMPRE!

Io non so. Certo, non è che mi piaccia stare qui dove sto, qui sul bordo della scarpata. Chiaro che se ci penso mi dico “vorrei essere al mare sotto una palma mentre leggo i fumetti e ragiono di filantrosofia”. E invece… invece sto qui sulla scarpata, sotto la pioggia, nel fango slittante. Mi dico “è giusto aiutare gli altri! Dare una mano a quelli che stanno sulle scarpate! AIUTIAMOLI!!!”. E perché lo faccio? Perché lo penso? È evidente! È perché sono un’egoista di merda. Porto acqua al mio mulino per poi lamentarmi che piove sul bagnato mentre i profughi annegano ma non c’è tempo per pensare a loro perché c’è stato un attentato proprio mentre moriva una bambina perché la nonna un po’ rimbecillita l’ha fatta cascare da una scarpata ed è andata in ipotermia… ma chi ci pensa a me? Io? Io non ho le forze nemmeno per uccidermi. Figurati! Preferisco stare qui ad aspettare che il fango faccia il suo dovere e cazzo, una buona volta, mi faccia scivolare lì sotto che ho visto dei bei aculei a forma di pietra appuntita! Però non voglio morire! Sono triste anche per questo perché, in fondo, mi sta un po’ sul cazzo la morte.
Allora. Allora capita che qualcuno passi qui vicino. Non tanti, capirai, la gente c’ha da fare, deve lavorare, mica può passeggiare. Ecco che arriva uno, gli sfoggio lo sguardo più pietoso che esiste. Mi esce qualche lacrima, così, naturale. E lui, lui si sente in dovere di aiutarmi, ma, precisiamolo, mica la legge lo punisce se decide di tornare indietro o andare avanti facendo finta di non vedermi. Mica si tratta di omissione di soccorso! Ok. C’è una tizia nuda, dilaniata, lì a terra, può capitare! “Io c’ho i miei cazzi, ho tante cose cui pensare. Le bollette. I bambini hanno fame e si mangiano le bollette. Mia moglie mi tradisce con il mio psicologo mentre gli racconto la mia schifosa vita per non sprecare soldi. Oggi mi si sono spezzate le chiavi nella toppa ed è domenica!”. Non è forse giusto andare avanti? Magari anche dare un solo piccolo calcetto… tanto quella bestia non si riprenderà più. Si tratta solo di eutanasia, di un gesto misericordioso, un atto d’amore, come quando si spara al cavallo che ha perso una zampa.

Piove sul bagnato perché è giusto, è semplicemente la logica che lo vuole e io amo la logica, mi riempie di tenerezza 😊

{scarpata: [scar-pà-ta] s.f. Colpo dato o ricevuto con una scarpa: lo prese a scarpate scarpata2 [scar-pà-ta] s.f. 1 …}

Tonsille bianche

Bisogna spiegare il titolo perché c’è tutto un team di esperti, sempre all’erta, attenti a dimostrare che le dita di uno dei piedi, ma anche un solo dito, una falangetta, una particella ungulare, o addirittura di entrambi (i piedi; anche se, generalmente, si avanza di uno in uno, a meno che uno non saltelli ma a quel punto la domanda degli esperti non ha già più alcun senso perché… sì, basta anche solo saltellare invece di camminare), abbiano varcato la sottile linea che intercorre tra genio e follia. Quella che passa tra genio e stupidità, la più trafficata, è la stessa, ma vi sono dei particolari speciali che fanno ritenere il pazzo più geniale dello stupido. Facciamo un esempio? E facciamolo! Allora: abbiamo una porta che è chiaramente un ingresso; vi lasciamo davanti i soggetti presi in esame. Lo stupido riconoscerà la porta e, sapendo di doverla attraversare, comincerà a cercare di aprirla fiondandosi sulla maniglia. Non avendo le chiavi, non riuscirà mai ad entrare ma, e questa è una caratteristica che li accomuna entrambi, non abbandonerà mai l’impresa (si dice “testardo come un mulo” non per niente 😉 ). Ed eccolo masturbare la maniglia in tutti i modi possibili: su e giù, laterale, diagonale, strattonare… movimenti veramente poco originali, benché anche divertenti, fino a un certo punto, dopodiché la stanchezza lo farà crollare a terra.
E finalmente arriva il momento del pazzo. Il più atteso dalla platea. L’approccio iniziale saranno dei calci seguiti da pregiate bestemmie, da testate, da “APRITI FOTTUTA PORTA DI MERDA! FANCULO TE E CHI TI HA FABBRICATO! PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ???? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ? DIOOOOO!!! PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ MI STAI FACENDO QUESTO????? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ CAPITANO TUTTE A ME??????”. La platea è in delirio in un tripudio di risa incontenibili, popcorn volano per la stanza. A questo punto il matto piscia sulla porta e “BECCATI QUESTA, BRUTTA MERDA! CREDEVI DI VINCERE, EH? INVECE HO VINTO IO, CAZZO!”. Successivamente verrà svelato che, poco prima del test, ad entrambi i soggetti era stato detto che la chiave era presente nelle vicinanze e, come potete immaginare, era nel posto più facilmente intuibile al mondo (chissà quanti stanno pensando “sotto lo zerbino” ehehehehwhwhe): la toppa.

Ma che significato logico è presente fra queste parole e il titolo? Il titolo si riferisce alla mia tonsillite, la seconda, credo, nella mia vita. Un tipo di malaria brutta che ti costringe a dormire, dormire, dormire e dormire e dormire e smettere quasi totalmente di ragionare. È in questi casi estremi, mentre vivi costantemente in una sauna e non mangi e non è perché vuoi dimagrire, anche se non ti farebbe male; insomma, in questi momenti capisci la sopravvivenza VERA, vieni catapultato nell’era primitiva però c’è la tachipirina e, eventualmente, l’antibiotico, anche se i vecchi rimedi della nonna come i risciacqui al sale non sono cose da disdegnare. Allora, allora ti ritrovi in cucina, in uno dei rari momenti di lucidità, mentre attendi che si scaldi l’acqua per il tè, e pensi: “ecco perché lo scrivere non è considerato un lavoro da nessuno. Scrivere è un trasporto emotivo. Quando sei ridotto così mica lo puoi fare… e i libri di storia, allora? Tutti i libri utili agli studi scolastici? Allora, quelli sono gli operai della scrittura? Quella è la scrittura funzionale alla catena economica? Ma allora non sarebbe meglio che fossero direttamente gli operai a scrivere? Così è risolto tutto: emotività e quant’altro! Ed è già così, idiota, i pochi scrittori che hanno successo in vita sono operai dello scrivere, meticolosi e diretti, meccanici perfetti nella freddezza del gesto… ma forse sto solo delirando. È che mi manca scrivere…”.
Ed eccoci qua. Ora, dopo questa lunga assenza, ecco la mia bomba per aprire la porta, ovviamente con un innesco sofisticatissimo e… no, non ho più voglia di essere ironica. In realtà, in questo momento, sto solo pensando a tornare nel mio letto a sognare di fumetti, di persone e di luoghi.

Al supermercato

Il supermercato ha quell’odore inconfondibile di carne morta macinata fresca in via di decomposizione mantenuta a temperatura adatta alla putrefazione avanzata misto a quello di detersivo in polvere che ancora si vende a causa di dolci vecchine nostalgiche che moriranno presto, don’t worry 😉 (e come cambierà allora quell’odore? Mah! Ora ci penso un attimo)

Al supermercato, nel caso non ne foste già informati, i lavoratori addetti al lavoro nel supermercato nascondono i cibi che scadono più tardi e i prodotti che piacciono loro dietro, dietro, in fondo. So che da oggi ci farete caso.

Al supermercato si possono osservare i tipi psicologici di gamme estremamente variegate proprio come i prodotti che quivi si comprano. Anzi, si può tranquillamente dire che i prodotti siano la metafora vivente anche di coloro che li acquistano.
Ad esempio io quando passo nel reparto dolci sento rapire lo sguardo e uscire gli occhi dalle orbite e corro e mi trattengo ma ogni volta sono certa che quella tizia che mi guarda lo sa e pensa “ti piacciono i dolci brutta cicciona di merda, eh?!?”.
Si scrivono libri interminabili nella mia testa ogni volta che ci entro. Libri di psicologia che non scriverò perché non possiedo una laurea.

Una volta, visto che era troppa la curiosità da tempo, mi sono infilata di soppiatto nella macelleria e… udite, udite: ho varcato uno stargate e mi sono ritrovata esattamente in un’altra macelleria di un altro supermercato che poi ho scoperto essere lo stesso 😦

Al supermercato spesso lavorano giovani sottopagati e sfruttati, nonché possibili ingegneri aerospaziali, talmente frustrati che si sfogano facendo, definiamoli così, piccoli dispetti: “signora, non lo dica a nessuno, ora le tolgo questa striscia di grasso anche se non si potrebbe (perché poi non entra nel conto del peso del prosciutto che pesa meno = meno soldi) 😊 “. Il supermercato è pieno di telecamere nascoste e chip sofisticatissimi intrecciati alla stoffa dei cappellini nonché dei grembiuli bianchi. Il giorno dopo al banco si presenta un altro ingegnere. Quello del giorno prima è “misteriosamente” scomparso.

In alcuni supermercati di provincia, province piccole tipo Lodi, ma non voglio sputtanare il supermercato che c’è a Lodi in via Nino dall’Oro, visto che son frequentati soprattutto da vecchietti (rincoglioniti) che non comprano il gelato né osano avvicinarsi a correnti fredde, quando si spegne per un po’ quello che definirei “reparto frigo”: “tranqui! In fondo è rimasto spento solo qualche giorno. Riaccendilo! Va là!”. Allora capita che ti compri un bel gelato cristallizzato e ti viene la cacarella, niente di male (se l’avesse per caso acquistato un vecchio “finalmente oggi si caga 😊 “, e solo loro si lamenterebbero quindi tutto tranqui 😉 ).

Vorrei finire con le vecchie alla cassa, perché son stanca ed è tardi, ma ne avrei di cose da dire!
Ecco che finalmente giungi alla cassa e una vecchia ti prende a gomitate e ti ruba il posto. Se cerchi di lottare finisce che si buttano a terra e fingono un infarto, quindi non puoi che accettare sommessamente abbozzando un sorriso mentre hai chiesto “posso già prendere un paio di sacchetti”, gliene hai messo uno in testa e delicatamente le strizzi il collo.

Fare felici gli altri rende infelici?

È un quesito cui, di seguito, daremo l’unica risposta possibile sebbene ramificata.
Innanzitutto, che vuol dire fare qualcuno in un modo? Come lo si può creare? Con la creta? Eccheè, siamo un dio 😉 ? Ma soprattutto che ti credi di essere che tu possa rendere felice un altro? Direi che sei un tantino megalomane. Ecco la prima notevole falla.

Ma la felicità esiste o è solo un’invenzione propagandistica del capitalismo stanco annoiato che si inventa cosucce per condire la vita proprio come la morte e l’amore (soprattutto la morte)? È una domanda che si pongono tutti. Non si sa. Solo si sa che ogni tanto desideri la morte e subito dopo ti caghi in mano all’idea: ecco, metto i due punti perché forse quest’ultimo aggrumato di parole potrebbe essere una temporanea definizione di felicità.

Ma chi sono “gli altri”? Anche questa domanda è estremamente importante perché “chi” e “quanti” sono elementi di giudizio non da poco.
Esiste come una “riserva di felicità” da donare agli altri e che quindi diminuisce?
Se sì allora è ancor più fondamentale capire se ci si può dedicare a qualcuno a centinaia di persone a nessuno abbandonandosi soli lungo l’autostrada per fare quattro chiacchiere con me.

Ora arriva il bello: che vuol dire “infelice”? Sposata con Felice? Entrare dentro uno che è felice? No. Niente di tutto ciò che è logico ma, attenzione, si tratta di un sinonimo di “triste”, una vera burla linguistica!
Io non lo so. Parlando seriamente: sei uno “saperti felice mi rende felice e questo è il vero significato dell’amore!”? E allora smettila di piangere e lamentarti perché colui che ami sta con una che gli hai presentato e prima erano entrambi tuoi amici e ora non ti parla più nessuno dei due. Si sono sposati. Hanno fatto dei figli e non ne hanno chiamato nemmeno uno col tuo nome. Spero di essere stata d’aiuto.

(dal greco feo/produco, pare chiaro: invenzione capitalista)