L’amicizia (quale nobile sentimento)

​A cosa servono gli amici? 

È presto detto! 
A reggerti la testa mentre stai vomitando, farti una coda naturale a ok (con le dita. E anche se sei calvo, eh!), per spingerti la testa forte forte, con sanguigno amore amicale, in quella pozza  informe d’insalata di riso urlando “GUARDA CHE CAZZO HAI FATTO, PORCADIQUELLATROIA! ORA TI RIMANGI TUTTO E POI LO RIVOMITI E POI TE LO RIMANGI!”. Poi t’infilano un paio di dita in gola “CAZZO, MI HAI SPORCATO LE DITA CON QUELLA MERDA!”. 

A questo servono gli amici. Ad aiutarti a liberarti dai problemi sorti a causa di un apericena al Giapponese. Per non lasciarti morire soffocato dalle parole che non riesci più a dire perché altri amici, non questi perché questi sono amici per bene come si deve, ti hanno ferito tradendoti organizzando una serata al Giapponese senza chiamarti.

Quando sei triste. È questo il momento decisivo dell’intervento degli amici. Se ne hai, puoi chiamare in lacrime uno qualsiasi di loro, e più ne hai e meglio è, e ti taggherà in una foto al Giapponese mentre vomiti piangendo ricoperto di desolazione amicale sorridendo.

Gli amici servono a eliminare il sospetto. Se non hai amici, il sospetto che ci sia qualcosa che non funziona in te s’insinua. È per questo che è estremamente importante avere degli amici e soprattutto mostrarlo, proprio come faccio sempre io. Se non ne hai può essere che tu sia magari, guarda un po’, una persona pesante. Ma stiamo scherzando? Questa è l’era della leggerezza che ci trasporta tutti quanti svolazzanti in una brezza tiepida d’amore che soffia nell’aria che profuma di salsedine di un mareoceanico che ci circonda. Perché tutto il mondo è un’isola e ogni uomo è l’isola di un’isola più grande: il mondo.

Gli amici ti mettono mi piace ai post e li condividono (per prenderti per il culo 😉)

Se necessario capace pure che se manca la carta igienica ti puliscono il culo con la lingua, solo per un fatto d’amicizia, questo nobile sentimento. Quando poi sarete in una grande allegra tavolata in un ristorante Giapponese, ecco che uno si alza gridando “TI RICORDI QUELLA VOLTA CHE TI HO PULITO IL CULO PRIMA IN CESSO?”. E giù tutti a ridere fragorosamente mentre afferri il coltello della pizza e cerchi di reciderti la carotide. Ma è a questo punto cruciale che, quello che potrebbe essere definito tranquillamente “il tuo migliore amico”, ti poggia una mano sulla spalla mentre avvolge i tuoi fianchi con sguardo comprensivo tirando fuori un coltellino svizzero milleusi infilzandoti il collo col cavatappi.

Dai, diciamo che forse questo post è un pochino scontato. Verte tutto su quanto l’amicizia sia l’unico sentimento che abbia un qualche senso. E avete ragione, o(h) miei saggi lettori. Ed è per questo che questo sarà un paragrafetto che parla di qualcosa di negativo. Ad esempio, se stai lavorando e il lavoro ti rosicchia la vitalità, gli amici ti mandano messaggini con le faccine o, magari, addirittura, adesivi buffi. Ditemi voi dove si può trovare tanta utile magnanimità? Nella propria mamma? Quella stronza che ci ha messo al mondo, senza che nemmeno potessimo scegliere, per darci dei falliti sottolineando quanto ogni nostra scelta sia futilmente gratuita mentre ci chiede “secondo te devo prendere il caffè macchiato o il latte macchiato? O magari oso un po’ e prendo il latte al cioccolato?”? CERTO! COME NO! Un amico. È questo tutto ciò che ci vuole!

Perché l’amore dell’amico è del tutto disinteressato (mentre t’infila un dito nel culo per sondare la tua elastica capacità anale). Un amico ti ama per quello che sei mentre parla male di te con gli altri amici. Un amico c’è e basta. C’è sempre. Perché tutti abbiam paura della solitudine. Avere un amico non ti farà mai sentire solo. Un amico mentre caghi si siede di fianco a te sul bidet e ti tiene la mano sudata e tremante (e tu sei claustrofobico e lui lo sa). 

Gli amici vengono al tuo funerale. Che se non viene nessuno magari nasce di nuovo il sospetto che forse sei stato una persona cattiva arida priva di sentimento amicale e ineffabile altruismo. Ma vengono in tanti e si abbracciano per riuscire a superare la grande perdita. Della morte e dell’amore nel grande freddo. 

Gli amici, i veri amici, ti chiamano mentre sei appena corso in un cesso pubblico a causa di un forte attacco di alopecia (termine scientifico che sta per “diarrea”, che invece è un termine estremamente poco educato e a dir poco fastidioso) “senti, non è che posso richiamarti più tardi?”, “no guarda, sono in ospedale. Volevo dirti che è appena morta tua mamma 😊. Ma hai tempo che ti devo raccontare cosa mi è successo ieri? In pratica, no, è capitato che Francesco ha parlato male di me con Carlo… Guarda ‘sto stronzo! … Poi volevo chiederti, domani ci sei che devo fare un salto alla Decathlon? Mi verresti a prendere?”.

(vi ho fregato, eh! Sembrava finisse al capoverso antecedente a quello antecedente a questa parentesi. Sono proprio un tipo forte e simpatico, eh? Oggi non mangio di nuovo per via del fatto che sono piena di amici e mi sento tanto sola 😢)

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Startup Innovativa

​Non si direbbe mai ma mi occupo anche di economia. La mia tuttologia è di certo pressapochista ma efficace. È come muoversi agevolmente in un mondo di ragnatele poco virtuali dipanando concetti e significati immersi nel vuoto. Io sono brava in questo. MOLTO BRAVA. 
Allora, è da ieri che ci penso. Un prodotto è un prodotto a prescindere. Io sono un prodotto e produco. Se anche producessi un prodotto di tipo avariato non avrebbe alcuna importanza e ora spiegherò perché con dovizia di particolari, come sempre. Siamo in un mondo alimentato dalla mediocrità spesso imbellettata grazie all’uso di fluente tintinnante pecunia rivestita (di nuovo “spesso”) di pubblicità graffiante; un mondo dove il gorgonzola è ancora un formaggio eccessivamente apprezzato. Un mondo dove il letame pieno di ossa sbriciolate (di mucca pazza), duodeni, cistefelle e altri organi sminuzzati divertenti almeno quanto il pancreas, viene usato per concimare campi di erba medica che mangeranno coloro che avevano prodotto la miscellanza (neologismo nato dall’unione di “miscellanea” e “mescolanza” 😉 ) fertilizzante che verranno macellati e triturati per essere impiattati e postati su Instagram. In questo mondo si può tutto. Ecco spiegato perché il mio prodotto avariato può essere commestibile. Ciò che mi manca è un capitale iniziale. Una buonanima che voglia fare beneficienza a una poveraccia per sollevare il senso di pesantezza nelle tasche foderate d’oro. ECCOMI! SONO QUI! CONTATTAMI! TI FARÃ’ VOLARE LEGGIADRO!

Posso solo promettere un costante lavoro da mulo. Noi si comincia a spargere la voce in giro per i social “c’è questa donna che nonostante le difficoltà” (e via con la storia, strappalacrime, della mia vita, tutta rigorosamente VERA) “è stata capace di reinventarsi da sola. Di rialzarsi. Di sorreggersi sul gomito in bilico sul femore conficcato nell’osso sacro. Una donna sconsolata e sola ma sopratutto una madre. Una madre che lotta con tutti gli agenti atmosferici per portare la propria prole in una grotta riparata lontana da tutto. Un luogo di pace protetto dalle delicate fronde vacillanti nel vento di un salice piangente…”. Cose del genere. Me ne occupo io. Posso anche essere ruffiana se serve. Preferisco di gran lunga la solitudine, ma se è necessario… diciamo che mi fermerei all’ambito delle parole. Prestazioni sessualità è meglio di no. È un discorso complesso. Basti sapere che mi manca l’apparato riproduttivo. Non ho buchi. Sono nata così. Dice “e la bocca?”. È disegnata.

Credo di essere quasi disposta a tutto. Sono un essere sociale. Chiusa quando serve. Silente quando serve. Aperta quando serve. La mole di lavoro su cui lavorare è già sufficientemente vasta e ne produrrò tanta altra anche magari pure  su commissione.
Nonostante la mia veneranda età possiedo un’elasticità mentale conforme all’apprendimento.
Ora sento un leggero fastidio all’organo atto al pensiero assopito da un senso estraniante, forse un banale calo di zuccheri mentre il sole gioca a nascondino con le nuvole.  

{[presto sarò anche titolare di un’azienda agricola produttrice di profilati in alluminio a L. Pare poco e invece un’agricoltrice che scrive fa odiens. Ricordo quella puntata delle Invasioni Barbariche “e così lei è un’agricoltrice che scrive anche!” (“AHAHSHSHAHAHSHAHJAKJA”) “MOLTO INTERESSANTE!” (“TROGLODITA DEL CAZZO!”)]}

Ho fame.

Non voglio l’estate

​Un breve post che nasce grazie ai suggerimenti di Google se digiti youtube, un neologismo contemporaneo pericolosissimo.

Sono un po’ scossa da un episodio avvenuto pochi minuti fa. Un classico incontro con la vespa della zanzariera. Fa parte della grande famiglia di quegli insetti che riescono a entrare ma di uscire non se ne parla. Del significato filosoficometaforico di tutto ciò non parleremo per questioni assai palesi e di tempo mancante: QUI SI LOTTA COSTANTEMENTE PER LA SOPRAVVIVENZA (in un mondo ostile, caldo, freddo, mai tiepido, vibrante di significato spesso insignificante, sempre lo stesso)! La sua peculiarità, rispetto alla restante massa caprona, risiede nel stabilire che, in codesto luogo impervio, asettico e terribilmente pericoloso, lei (o essa) fonderà la sua casa, un’ostentata dichiarazione di coraggio enormemente invidiabile; del resto, è proprio per questo che uccidiamo animali come se piovesse, noi ci si deprime per un’unghia rotta e loro, questi stupidi esseri inferiori, lì a sbatterci in faccia una caparbietà che pare inarrivabile e rasenta l’incredibile. Perciò (questo “perciò” si riferisce alla ormai lontanissima “sua peculiarità”), una volta liberata, tornerà infinite volte a meno che… quando la vedi sbattere contro la zanzariera pensi “quella fottuta puttana non ci penserebbe due volte a infilarmi quel suo pungiglione con gusto quasi sadico. Dovrebbe morire subito. Se solo potessi ucciderla con lo sguardo!”. Poi, ecco la tenerezza, il senso di protezione, l’onda di particelle aeree di paura che ti investe: l’empatia francescana per tutte le creature viventi. Francesco, uno dei miei idoli dell’infanziadolescenza. Allora pensi che potresti anche rischiare in nome della progenie di futuri insetti stronzi e rompicazzo. Una cosa inspiegabile quasi come il succhiare una pastiglia amara per il bene della gola irritata. Apri la zanzariera e la fai scorrere piano. Lei sembra seguire i tuoi movimenti. Quel corpicino attraversato da un sottile filo nero, unico collante tra culo e testa. Ma, miei cari, esistono delle insidie. Potrebbe accadere che quel piccolo corpo venga risucchiato dalla rapidità della zanzariera e cada sul davanzale con culo pulsante, zampette paralizzate e testa agonizzante in movimenti mandibolari sufficientemente nevrotici. Ho capito che avrei dovuto ucciderla. Il senso di nauseante schifo mi ha trapassata. Ho preso la bottiglietta di olio di mandorle finito da buttare e l’ho schiacciata senza pietà al suono di cri cri cri sgnap. Ora mi pare di sentire le bocche affamate di quelle piccole larve in attesa del ritorno della propria mamma. Vivranno a lungo così e tutto a causa mia e della LORO tenacia ancora più caparbia, questa è la LORO peculiarità, la forza comprovata delle larve.
In questo spirito ridente inizierà la vera parte di questo nuovo imperdibile post. Se fossi in voi non vedrei l’ora di leggerlo.

Visionerò un’altra volta il video, con maggiore precisione e rileggerò il testo, perché ci tengo a fare una cosa per benino.  

Allora, c’è questo trentenne protagonista che canta della crema della nostra (italica) gioventù che si diverte alla grande al Bagno Franco (magistralmente cantato da Fabrizio Testa) e attenzione, ATTENZIONE MASSIMA, ci parla di una nuova Italia. Di nuovi valori. Io mi ricordo per mano con il mio ragazzo a camminare sul lungo Adda, ci baciamo e lui mi guarda “Claudia, sta arrivando l’estate. Sentiti libera di andare con chi vuoi. Io mi sento libero. Sai, d’estate si consumano sempre brevi storie insignificanti. Quando torneremo saremo ancora noi. Noi. Noi più forti di prima. Più innamorati di prima”. Ma io non voglio andare con nessuno. Io amo te. A piangere sola nella mia stanza. Mai che qualche uomo mi abbia stupita mostrandomi abissi di profondità sin da allora e avevo solo 13 anni e mezzo, eh! CAZZO QUANTO MI PIACE SCRIVERE (SCUSATE)! Ecco, è cambiato tutto. Anche se proprio all’inizio della canzone, per mezzo di una metafora pregiatissima, si parla di ragazze in tanga che fanno alzare certi organi assopiti nel costume, probabilmente delle stesse, lui è triste perché vorrebbe inserire quell’erezione nella fica di legno nella camera della quale ci troviamo improvvisamente catapultati. Le nuove coppie del nuovo millennio, nuovo da soli sedici anni (e non è comunque tanto considerando per quanto ancora andrà avanti anche senza di noi il tempo fugge e ci lascia soli spesso sottoterra): un gay e una figa di legno, nessuno dei due ha realmente voglia di ficcare, per cui siamo a posto.

Allora, parliamoci chiaro, in questa canzone si parla di romanticismo, poche storie. A questo punto si intuisce che lei è un po’ troia, infatti si tratta di una caratteristica peculiare della figa di legno (poi, su, dai, l’abbiamo detto un miliardo di volte che le donne son tutte meretrici): mi hai detto che vai al campeggio ma chissà che campeggio ti fai, mi sa che il campeggio si fa te (‘sta cosa la facciamo dire dal negretto però, e per un fatto di integrazione razziale, che come gli statiuniti ci insegnano si fa inserendo pezzi di rap negro in canzoni melodiche bianche, e per un fatto che la sua razza possiede il ritmo del sesso di tipo MOOOOLTO spinto). Viene da chiedersi: sarà una cosa a tre? Io direi di sì. 

Un’altra digressione sostanziale: “la figa di legno” è esperta nel sbattertela in faccia senza penetrazione nononononono, un bel porno dal vivo, insomma, cose che ci piacciono assai.

Dunque, dicevamo. Tutti si divertono e lui no. Lui ha bisogno di romanticismo. Addirittura a un certo punto gli tremano talmente le mani che il daiquiri gli casca per terra. A mio modesto parere, il momento di maggior patos. La frase più bella? “Io la fama la compro dal vucumprà” (anche qui notevole significato metaforico). Perché, sebbene ci si trovi di fronte a una modernità inaudita, il potere è un archetipo sempre alla moda. 

Lui, sconsolato, finalmente gioisce perché arriva LEI e insieme cominciano a saltellare sul bagnasciuga sul quale si fonde, nell’acqua salata, una pioggia di cuoricini. 
Ecco che adesso il protagonista si sveglia e torna prepotentemente alla realtà, ritrovandosi completamente solo nel fuori stagione, immerso in una piscina vuota, sorretto dal salvagente di un bambino.

Poesia e significato.

Un biscotto al farro, con farina poco raffinata, senza olio di palma, immerso nel latte al cioccolato della modernità.

Amigdala, io e Simone Cattaneo

​Stasera davanti al televisore spento in attesa di tutta la mia miseria.

Un tempo scrivevo anch’io poesie con il mio cane in prati della bassa padana al sole su quaderni sbrindellati e disordinati. Passavano maniaci pronti a farmi un servizietto così il mio cane abbaiava feroce e quelli si spaventavano. L’avevo preso quasi solo per quello. Ormai a 25 anni resisteva pallida e agonizzante quella convinzione che finalmente avrei trovato un migliore amico a quattro zampe. Capirai, come per tutti, era nata subito dopo che il contadino sparò al mio vecchio giovane cane che in balìa degli ormoni gli montava le cagne vogliose dalle fiche umidicce come laghi scossi da piccole onde rumorose come la voce impastata di un vecchio. Poi 

“MAMMA MI PRENDI UN CANE?” 

“NO!”

“TI PREGO MI PRENDI UN CANE?”

“COL CAZZO!”

“Senti non pensi che dopo anni e anni e anni che te lo chiedo potresti magari quasi, quasi prendermi un cane?”

“NON SE NE PARLA NEANCHE SE PARE CHE STIA ACCADENDO CHE NE STIAMO PARLANDO!”.

Poi stavo lì seduta alla mia scrivania con sangue che usciva copioso a stille pesanti e rapprese miste a lacrime ormai dolci a furia di piangere e mossa a pietà eccola: “Allora, te lo prendiamo questo cane o no?”.

L’antica felicità si è per un attimo riflessa in quegli occhi ormai stanchi per poi rispegnersi il mattino successivo mentre il mio cane dormiva placido nel mio letto e le mie chiappe dolevano infreddolite a terra.

Certo è che il quadrupede mi ha insegnato molto su come le aspettative spesso sonnecchino nell’illusione e su quanto sia vero che l’uomo differisca poco da lui se non solo nell’invidiabile capacità interpretativa di un cane che interpreta un uomo.
Le mie poesie erano così ridicole che oggi quando mi capita di rileggerle (si trovano pure qui da qualche parte negli archivi) provo un’infinita vergogna. Oggi, quei sentimenti che Simone di gran lunga era in grado di rendere visibili, quasi da leggere, mi sembrano puttane dalle fiche slabbrate e piene di buchi sostitutivi che conducono in canali, anch’essi lacerati, dalla bocca al culo. Tanto che ho anche creato la categoria “liriche” dove a volte appongo caricature di quei componimenti che paiono così forzati nello stile, seppur forzatamente scarno, ancor più della metrica dei novenari, degli endecasillabi, del ditirambo e del giambo che sempre mi faceva ridere come Casalpusterlengo.

Al punto di capire che Ungaretti era esattamente come Kandinskij che si prendeva a mattarellate le mani per farle regredire al tratto dell’infanzia. Che quando hanno dato il Nobel a Montale, Giuseppe si tagliava le vene con i cocci aguzzi di bottiglia.  
Per me tali sentimenti sono sacri a causa dell’amibdala che mi fa ragionare male. Ingenuamente ancora credo che il poeta debba essere un vate invasato, un medium in contatto con lo spirito dell’uomo sferzato d’emotività sferzante, lo sciamano del turbamento. Invece, tutto ciò che unicamente sento di poter definire spirituale, senza provare imbarazzo per il mio connaturato ateismo, è finito sempre nella mani zozze di certi intellettuali sulle quali sputano copiosamente per un fatto che il loro sputo piace loro assai mischiato all’olezzo delle proprie scoregge.

Il Bukowski italiano. Ecco come certe cricche lo definiscono e per fortuna che è morto perché tale definizione probabilmente sarebbe stata il colpo di grazia.

“Simone mi ha insegnato che l’unico metro estetico ragionevole, in un tempo che non conosce cos’è bene e cosa è male, è il dolore”. Scrive Davide Brullo in un articolo del Il Giornale poco prima che scoppiassi in un pianto a dirotto. Mi son chiesta cosa pensasse mentre cadeva. Sette piani sono tanti. Vorrei scrivere qualcosa di simpatico ma per la prima volta mi sembrerebbe di pisciare nell’acqua santa. Era finito in quel circolo letterario di vecchie signore in cerca di termini osceni come “puttana; frocio; ebreo; negro…”; gente che l’amigdala manco sa cosa sia e non perché non l’abbia cercata su Wikipedia ma semplicemente in quanto organo mancante. Gente che se non scrivi una di quelle parole proibite finisce che smette di leggerti.

Quel peso dell’originalità a tutti i costi che se ce l’hai nella rugiada di sangue non va bene perché non si tratta più di originalità ma di un canone il cui prezzo sei costretto a pagare a meno che tu non scelga la morte.

Quella moltitudine sul cui petto proprio Bukowski cagava e che oggi lo cita ovunque. Persone che gustano le proprie feci elencandone minuziosamente i composti.

Gente come me che l’originalità la ricerca solo per poterla incanalare.
Quando ho letto “cadaveri in via di decomposizione avanzata”, una frase scritta anche da me in modo identico, ho capito che io e Simone siamo fratelli che si vogliono bene nella comprensione sostanziale e che forse anch’io da morta verrò letta nei circoli arci con “abbandonato” di Capossela in sottofondo.

L’uomo odora di porco sudato al sole e detersivo in polvere (quello che proverbialmente definisco “odore di supermercato”). Quindi, sostanzialmente, si nutre di se stesso usandosi per pulire vestiti che non copriranno mai il suo odore.

(mi scuso se questo pezzo non dovesse risultare particolarmente originale e bello ma è stato scritto in lavatrici emotive con impeto e ferocia)