Il re del mondo

Non è “solo” una canzone di Franco (Battiato). E nemmeno la spiegazione intellettuale del titolo della canzone (conosciuta ovviamente solo da pochi eletti che si baciano tra di loro pagando una puttana che lo faccia al loro posto mentre scrivono di come Buñuel abbia irrimediabilmente rovinato l’essenza del film d’essai). Il re del mondo è molto di più di tutto ciò. È una filosofia di vita.

L’unico momento certo, soprattutto da un punto di vista scientifico, in cui l’uomo (nel senso più comune di “essere umano”) può dire a se stesso di aver avuto coscienza di sé è stato trascorso nove mesi in una sorta di bolla/botola in cui un rapitore ignoto ci teneva prigionieri. Ogni giorno esperienze nuove: un dito, una mano, un braccio, un cordone per suicidarsi nel caso le cose si mettessero male; avvolti in un liquido altamente abrasivo, inquinante e velenosamente mortale. Soli. Certo. Ma con la presenza. La presenza del re del mondo sempre molto tangibile. Quindi, anche qui, il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore.
Ecco che dalle dolci scoperte si passa subito al ragionamento filosofico: “chi sarà mai costui? Che aspetto avrà? Una cosa è certa. Pur tenendomi prigioniero, non mi lascia mai senza nutrimento. Questo fa di tale entità astratta una persona come minimo gentile. Ma cosa vuole da me? Qual è il mio scopo?…”. E via dicendo. Interminabili trattati di filosofia mai scritti ma meticolosamente compitamente scanditi nella memoria di ciò che mai tornerà al ricordo.

Una volta messa la testa fuori e per un attimo aver pensato che l’ostetrica fosse quel corpo ospite (del re del mondo) inizia questa lunga storia priva di risposte.
Forse che quest’essere ci stesse tenendo all’ingrasso per qualche motivo? Forse che quell’ingrato ventre altro non fosse che un’incubatrice di schiavi? Una cosa è certa. Quel sentore, quella presenza, quella sensazione (perché, in effetti, il re del mondo altro non è che una sensazione) non ci abbandonerà mai. Vuoi perché magari non ti è piaciuta la sua faccia quando finalmente l’hai conosciuto. Vuoi che ormai, banalmente, quella sensazione è stata l’unica compagna nei nove mesi di solitudine che poi si protrarranno per tutto il resto della (nostra breve) vita. Non ce ne libereremo mai. Tendere verso un essere perfetto invisibile di cui si avverte la presenza.

Possiamo perciò affermare che il re del mondo sia in realtà uno spettro? Allora potremmo addirittura dire che si tratta di particelle aeree che inaliamo tutti i giorni e quindi anche noi siamo un po’ il re del mondo stesso che ci ha dato vita. Grazie.
In realtà egli è tutto ciò che vorremmo essere se solo avessimo la capacità di automodellarci, noi, uomini di pongo che si secca in fretta e fa scivolare l’acqua che tenta di farlo risorgere.

Il re del mondo si nutre del nostro vuoto. Il re del mondo è una mancanza.
E proprio come il corpo materno che esiste senza che ancora i nostri occhi abbiano avuto la possibilità di posarsi su di esso. Egli esiste c’è ma ancora non lo possiamo vedere né toccare finché non saremo in grado di nascere.
È quindi, forse, e molti già se lo stavano chiedendo, dio? Risposte troppo facili.

Il re del mondo è una sintesi primordiale.
I genitori -> delusione.
Dio -> delusione.
Il presidente della Repubblica -> delusione.
Il nostro partner -> delusione.
Noi -> delusione massima.
Forse che allora è meglio smettere di cercarlo in una forma edibile? È meglio che resti sempre quella sensazione di cui si parlava poco fa? Meglio che rimanga sempre un tendere alla perfezione che non esiste per comodità? È forse il re del mondo colui che capisce che non esiste se non nelle idee che sono sue e che quindi è lui a decidere se sia giusto porre fine alla sua esistenza ideologica? Io credo quasi di sì. Penso che il re del mondo sia proprio il cosciente di ciò che altri non sanno e, senza tanto indugio, approfitti del loro bisogno di credere in un uomo senza macchia e senza lode. L’amico invisibile la cui eterea mano fredda ha stretto innumerevoli piccole mani.

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Benvenuto Presidente

Per anni abbiamo avuto un segnale evidente e ripetitivo: noi si arrivava sempre dopo l’America.
I grandi frigoferi che fanno il ghiaccio.
La teoria del loser e del winner.
Il capitalismo vero.
La battaglia aerea a distanza. I pericolosi ospedali da colpire. La guerra fredda. L’apparente neutralità nel proprio paese immersa in una politica estera per lo più guerrafondaia. Playmobil. Playboy. Milano3 o 2, non ricordo. Populous.
Allora. Tu metti un recinto. Ma solo ai lati, eh, non sia mai si appaia troppo chiusi e sospettosi. Davanti: tutto aperto. Perché noi ci si fida della gente. Noi si ha fiducia nel mondo. Nella sua gentilezza. Nel suo rispetto.
Le femmine erudite. Fenomeno molto interessante di cui già parlammo e che si può anche tranquillamente ammirare in molti film (l’universo femminile: Pomodori Verdi Fritti; Il colore Viola; Ragazze Interrotte; Che fine ha fatto baby Jane?; Mildred Pierce; Mona Lisa Smile; La donna perfetta; Sirene; Le streghe di Eastwick; devo controllare tutti i nomi, saranno pieni di errori; Beetlejuice; Grease; The Rocky Horror Picture Show; Hair; Jesus Christ Super star; I giorni dell’abbandono; Arizona Dream…). Non bastava più la femmina bonazza. La femmina in questione doveva essere pure benestante (possibilmente) e cerebrofunzionante. Bello, no! Tre al prezzo di uno. Pure porca. Non sarebbe male.
L’integrazione razziale.
John Lennon.
Gli americani sono gente umile non assetata di potere. Il messaggio che mandano in giro è un messaggio di fratellanza nei confronti del cappuccino. In effetti, ci sarebbe proprio da dire che i tratti somatici qui influiscono parecchio. Tutti i nostri neri naturalizzati paiono Ninetto Davoli un po’ tunisino e abbronzato. Mentre quando gli anglosassoni si uniscono agli africani escono fuori cose belle. Non c’è che dire. Ma forse sono solo io che la vedo così. Un po’ come la strana storia del vedere giapponesi coreani cinesi tutti uguali proprio come accade per loro nei nostri confronti ma molti di noi non lo sanno. Figurati se il mio professore del ginnasio, un uomo che ho amato molto, Pietro Grisi, sapesse che ora mi diverto a togliere apposta le virgole per far percepire il mio flusso di coscienza.
Perché l’unica madre (matrimonio) deve occuparsi di passare alla propria prole non solo un corredo genetico sbrilluccicante ma anche una certa qual dose di cultura e cervello. Basti pensare che è pieno di articoli che sostengono che i bambini prendano tutta l’intelligenza dalla madre. Per cui… non la vogliamo forse tutti una società evoluta?

Io penso che uno come Trump abbia messo fine al giochino, miei carissimi lettori. E cercate subito di perdonarmi se ho posto fine all’elenco precedente al punto a capo. Ma l’ho fatto per un motivo specifico e abbastanza sensato: diventava tutto troppo lungo e oggi non voglio dilungarmi. Qui i winners siamo noi. Li abbiamo preceduti e di molto, miei cari! Io dico che dovremmo solo gioire. Altro che brevi freddure e battute nel paragonare i due presidenti divertenti per poi accusarsi reciprocamente di scopiazzamenti e ripetitività. CHISSENEFREGAAASAA! (cit. Folletto Manuel – Manuel Bongiorni – Musica per Bambini). Ciò che veramente conta è aver vinto. Aver superato. Se i candidati sono rispettivamente: un pesantone depresso di sinistra / un simpatico giullare di teatro sperimentale di destra, Woody Allen all’inizio in Amore e Guerra, per farci un’idea. Difficile scegliere! :-O

Chi di noi pensa non sia meglio divertirsi? Tanto stronzi son tutti. Tutti vogliono esserlo ma fingono di non esserlo e son tutti buoni e l’abbiamo detto tante volte. Perché non tornare alle vecchie divinità greche piene di difetti che mettevano subito in piazza e subito si scrivevano tragedie cantate da cori, melodiosi non si sa. Trump che si trasforma in una giumenta per montarsi una minorenne in filo diffusione. Trump che si masturba in diretta, ormai mi pare sia legale. E poi, per favore, diciamolo ad alta voce, chi di noi non trova esaltanti le gesta di un donnaiolo pieno di soldi all’apparenza perfettamente tradizionalista? Non vogliamo tutti noi lo show? PANEM ET
CIRCENSES, amici.

Posso andare in bagno?

Inizia tutto qui, amici miei. La perdita dell’identità. Il disintegrarsi dell’io. L’abdicare dell’Es.
In un post su facebook, già parlai del momentocardine “passaggio al vasino”, ma non fui affatto esaustiva. Ora sì. Ora dirò esattamente di cosa si tratta.
Non si sta disquisendo di decidere di governare il mondo. O forse un pochino sì. C’è confusione. Com’è giusto che sia di fronte allo studio dell’essere umano. Ma noi proveremo a mettere ordine. Forse, in effetti, proprio in quella delicata fase della vita dove ci facciamo trasportare per casa su schiene incriccate urlando “FAI IL CANE! E ORA FAI IL CAVALLO! PIÙ VELOCE! PIÙ VELOCEEEEEE!”, in realtà stiamo già covando in modo subdolo ed esageratamente nascosto “IL MONDO È MIO!”, seguito dalla più che classica risata sardonica. Quindi, sempre magari e forse, c’è bisogno di dare un taglio netto. Un messaggio  significativo. Un’educazione definitiva. Se pensi di essere il re del mondo, beccati questa: ci prendiamo l’usufrutto del tuo sfintere, in realtà l’unica cosa su cui tu abbia un vero ed effettivo controllo 😊.

Ecco che, come scriveva ieri un’amica di facebook (ma anche non, visto che ci siamo pure viste e conosciute nella realtà) “la vita non è bella o brutta. È fatta di umiliazioni e imbarazzi”, comincia la lunga saga dell’umiliazione. E ciò che dovrebbe essere assolutamente naturale diventa qualcosa di meccanico/macchinoso e incline alla supplica. Penso a quanto eravamo felici nell’era primitiva dove fare i propri bisogni corporei ovunque nel momento esatto in cui essi mandavano un messaggio impellente al nostro cervello, era cosa normale e giusta. Dove, se mai ce ne fossero state, anche le donne belle, tutti le vedevano espletare funzioni naturali e non considerate vergognose e brutte, segreti da nascondere negli anfratti pieni di fecalomi futuri tumori dell’Es intrisi di paure disdicevoli da censurare con spessi strati di epidermide e grasso sfrigolante, magari. No. Niente di tutto questo. Normalità. Solo normalità.
A proposito dei nostri intestini, ma anche dell’intero apparato digerente, vorrei fare un piccolo inciso. Per coloro che credono e sono, giustamente, pieni di dubbi (che io ne ho già troppi ed è praticamente solo per questo che ho deciso di smettere di credere; nel senso che vivere in bilico è bello ma un bilico gestibile è decisamente preferibile, ovvio: dal mio punto di vista), viene da chiedersi “ma se dio c’ha fatti a sua immagine e somiglianza, ecco, non sarebbe stato meglio farci tutti un pochino, ma solo un attimino meglio? Magari anche, oltre a intestini meno lunghi, niente milza che rende tristi e depressi. Ma non è una critica, assolutamente. Va tutto bene, benissimo!”. Perché poi sappiamo che si arrabbia e manda un cataclisma oppure ti spedisce all’inferno. Io, da non credente (che non si bea di esserlo, sia ben chiaro. Ho amato tantissimo dio. Non metto la maiuscola solo perché mi pare un po’ esagerato nonché megalomane. Né ho mai gioito per la caduta di una chiesa. Anzi, le chiese mi piacciono. Fanno parte della storia dell’uomo, quest’essere che mi piace tanto e odio simultaneamente), un po’ sento di preoccuparmi per lui di certo affetto da sindrome dell’intestino irritabile (SII).

Ma tornando a noi che cerchiamo risposte a domande ancestrali sistemando il tutto in un discorso scorrevole e fatto per benino.
Noi, noi poveri esseri mortali cui non è dato di avere coscienza manco di se stessi, pena: la morte tra le fiamme di demoni che ci minacciano e terrorizzano. E chi li avrà inventati? Sempre lui? E l’avranno l’intestino? Ma, cerchiamo ancora di non perderci. Noi, non possiamo ascoltare i nostri istinti. Non solo il famigerato nemico “prurito”. Tutti. Ogni nostro più banale istinto pare sbagliato. È forse tutta colpa di Eva che si puliva le pudenda sudice con la foglia del melo, la stessa foglia con cui era solita coprirle, le parti intime vergognose? Tra l’altro, pochi sanno che Eva è stata la prima testimonial di intimissimi (battute di un certo qual rilievo divertentissimo che ti spanci).
Noi dobbiamo chiedere se sia lecito ascoltare il nostro corpo. Alzarci dalle sedie che c’insegnano a non alzarci mai più se non alzando la mano, pronunciando la fatidica frase che è il titolo di questo articolo e che mette definitivamente fine alla nostra specificità: “posso andare in bagno?”. E negli sguardi di tutti si dipinge lo scherno, mal accettando il destino comune. Noi che impariamo sin da subito che non ci è concessa la nostra connaturata emotività. Bisogna trattenerla. E aspettare che qualcuno ci conceda il permesso di sbrigarla. Noi che navigammo su fragili vascelli per affrontar del mondo la burrasca. E avevamo gli occhi troppo belli.